FIRENZE E I MEDICI

Cenno storico sui personaggi più celebri della grande Casata fiorentina dal 1200 ai tempi attuali

I Medici mercanti

Nel 1201 Chiarissimo di Bono di Gerardo, insieme ad altri importanti personaggi della Firenze del tempo sottoscrisse un patto con i Senesi, il che dimostra che i Medici, famiglia a cui Chiarissimo apparteneva, avevano già un ruolo pubblico. Chiarissimo e i suoi numerosi cugini e discendenti (gli storici parlano di un “partito mediceo”, per indicare l’estensione e l’importanza della famiglia in questi primi secoli) divennero nel corso di poco più di un secolo mercanti ricchissimi e furono per questo chiamati sempre più spesso a ricoprire importanti cariche politiche nel governo della Repubblica fiorentina. Nel 1314, un bisnipote di Chiarissimo, Averardo, diviene Gonfaloniere della Repubblica fiorentina. Con lui i Medici, oltre a ottenere un così alto riconoscimento pubblico, divennero banchieri, cioè usarono i ricchi proventi della propria attività produttiva per concedere prestiti ad altri artigiani e commercianti che ne avessero per qualche motivo, in particolare per far progredire il proprio lavoro, bisogno. Prestiti che naturalmente avrebbero loro restituito con gli interessi. Con Averardo prese avvio il destino glorioso dei Medici. Dai suoi figli, Salvestro e Giovenco, discese infatti la stirpe che finalmente avrebbe dato a Firenze, dopo secoli di feroci lotte tra le diverse casate, una forte guida. Non si deve, infatti, credere che a Firenze ci fossero solo i Medici: c’erano molte famiglie ricche e abili negli affari e se è vero che il comune si appoggiava ora all’una ora all’altra per gestire con equilibrio la città, è anche vero che ognuna di loro aspettava il momento opportuno per imporsi su tutte le altre. Con Giovanni di Bicci, che organizza la sua banca con straordinaria intelligenza, affidandosi ai numerosi membri della famiglia e aprendo filiali in Italia e in Europa, dopo la metà del Trecento, i Medici divengono la banca del papa e della ricchissima curia romana, che era allora a capo di un immenso Stato che comprendeva gran parte della penisola italiana.

Cosimo e il magnifico Lorenzo

Il figlio di Giovanni, Cosimo, che sarà poi detto “il Vecchio” per distinguerlo da tutti gli altri Cosimo della famiglia Medici, ha l’intelligenza e i mezzi per condurre la famiglia alla guida della città. Si oppone all’oligarchia aristocratica cittadina guidata dagli Albizzi sostenendo il partito del popolo e dopo varie vicissitudini, tornato come trionfatore da un anno di esilio a Venezia, diviene di fatto, signore della città. Di fatto, ma non di nome, perché ha il buon senso di non toccare le libere istituzioni comunali di Firenze. Alla morte di Cosimo, nel 1464, diviene per pochi anni signore della città il figlio Piero, detto il Gottoso. Non ha la grinta e le ambizioni del padre, ma è un uomo colto e intelligente e soprattutto ha la fortuna di mettere al mondo Lorenzo. Lorenzo è noto con l’appellativo di Magnifico perché oltre alle straordinarie doti politiche e diplomatiche si afferma, nella città che ha già avuto Dante, Petrarca e Boccaccio come finissimo poeta e letterato, amante delle arti e della cultura umanistica. Sfuggito alla tremenda congiura tesagli dai Pazzi, una delle tante famiglie rivali, nel 1478, nella quali morì il fratello Giuliano, anch’egli uomo di grandi qualità intellettuali, Lorenzo rafforzò la signoria facendo di Firenze, attraverso alterne alleanze con gli Sforza, il papato e il regno di Napoli, l’ago della bilancia della politica italiana del suo tempo. Nel governo della città istituì il Consiglio dei Settanta, in gran parte costituito da suoi famigliari e amici fedeli, così che si può dire che la signoria medicea della città comincia con lui. Fece della sua corte, con personaggi come Poliziano, Pico della Mirandola, per non parlare dei grandi artisti che lavorarono per lui, un insuperato centro d’irradiazione artistica. Durante la signoria di Lorenzo, Firenze dovette spesso difendersi anche dalle mire straniere: quelle del re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, e di suo figlio Alfonso, duca di Calabria, per non parlare di Federico da Montefeltro, duca di Urbino. Per risparmiare a Firenze le tragedie di una guerra, Lorenzo raggiunse di nascosto Napoli, dove fu accolto festosamente. La sua grazia, il suo equilibrio, la sua accortezza, oltre al coraggio dimostrato nell’occasione, fecero breccia nel cuore di Re Ferdinando. A dispetto delle trame di papa Sisto IV, i due siglarono un accordo di pace che confermò gli equilibri tra gli stati italiani.

L’età dell’oro medicea

Lorenzo è l’esempio, come del resto i suoi predecessori, ma con più marcate qualità personali, di un signore giunto al vertice della città senza l’uso delle armi. Va ricordato, infatti, che quasi tutti gli altri signori della penisola erano condottieri, esercitavano cioè il mestiere delle armi, che era una forma di imprenditoria del tempo. Un capitano organizzava un esercito, piccolo o grande secondo le possibilità, perché era tutto a suo carico, e si metteva a disposizione di questo o quel signore, non solo in Italia, ma in Europa, e combatteva per lui dopo aver patteggiato la ricompensa. Con il tempo, essendo padroni dell’esercito, i capitani finirono per impossessarsi di molte delle città che li avevano assoldati. Grazie alla straordinaria personalità e al carisma di Lorenzo, i Medici portano in Italia e in Europa il prestigio della signoria. Lorenzo, inoltre, dedicò gran parte della sua vita all’arte, alla letteratura e, soprattutto, alla poesia: tutti ricordiamo il suo festoso inno alla felicità. Lorenzo poeta si ispira alla natura e alla vita campestre. Nel campo della cultura, inoltre, fondò l’Ateneo di Pisa e l’Accademia platonica raggiunse con lui il più alto grado di splendore. Lorenzo morì nel 1492, lo stesso anno della scoperta dell’America, a soli cinquantuno anni, lasciando cinque figli, tra cui Giovanni che diverrà Papa col nome di Leone X. Da un altro figlio, Pietro, discenderà Caterina, che sarà regina di Francia.

Il ducato: Alessandro

Due anni dopo la morte di Lorenzo le guerre tra i grandi Stati europei travolsero il suo timido erede, Piero, detto lo Sfortunato, che tra l’altro, per i suoi atteggiamenti personalistici, si era inimicato l’aristocrazia fiorentina. Quando l’esercito di Carlo VIII passò vicino a Firenze fu raggiunto da due infidi congiunti di Piero che riferirono al re la volontà dei fiorentini di liberarsi dei Medici. Il re marciò su Firenze e Piero si salvò fuggendo vestito da servitore e si rifugiò prima a Bologna, poi a Venezia. Morirà, tuttavia, da coraggioso nel 1503 sul Garigliano, sotto le insegne del re di Francia Luigi XII. Per quasi vent’anni i Medici saranno lontani da Firenze. Ma il nome dei Medici non poteva essere facilmente cancellato dalla storia. Durante l’assenza dei Medici, un Medici rimasto in città, Ottaviano, omonimo e antenato diretto dell’attuale Granduca Ottaviano de’Medici di Toscana, attuale Capo di Casa Medici, si circonda della stima universale per la sua cultura e la sua liberalità. Nel 1512 tornano in città con Giovanni, figlio del Magnifico e fratello di Piero lo Sfortunato, che tuttavia poco dopo lascia la città al cugino Lorenzo di Piero per divenire papa con il nome di Leone X. Fu un papa spendaccione e intrigante, ma di gusti artistici raffinati. Cambiò più volte alleanze e talvolta rivelò una particolare crudeltà contro i propri avversari politici. La sua vita dissipata fu tra le cause che spinsero Lutero ad avviare, con le sue “Novantacinque tesi”, la riforma protestante. Forse fu solo un caso, ma questo dimostra come i Medici sapessero essere importanti nel bene e nel male, muovere grandi sentimenti e grandi risentimenti. Due anni dopo di lui, un altro Medici, Giulio, diventa papa con il nome di Clemente VII. Fu papa assai migliore del cugino, ma appoggiato nell’elezione da Carlo V, lo tradì alleandosi con Francesco I di Francia. Sconfitto il re francese a Pavia, Carlo V si vendico del papa con il tremendo Sacco di Roma del 1527. Dopo l’umiliazione, tuttavia, Clemente VII incoronò Carlo V imperatore nel 1530 ottenendone in cambio il sostegno per il ritorno, in quello stesso anno, dei Medici a Firenze, da dove erano stati nuovamente cacciati, questa volta dalla Repubblica fiorentina. Carlo V e il papa attribuirono ad Alessandro, figlio naturale di Lorenzo di Piero, il titolo ducale di Firenze. Alessandro guidò il ducato fiorentino per pochi anni, perché fu ucciso in una congiura da un lontano cugino, Lorenzo, detto Lorenzino.

Il granducato: Cosimo I

Morto Alessandro il titolo fu offerto a Ottaviano de’ Medici, che tuttavia rifiutò per motivo dell’età avanzata. Proveniente dal Mugello, dov’era cresciuto nel castello del Trebbio, Cosimo de’ Medici, diciassettenne, si precipitò a Firenze avanzando il proprio diritto alla successione. Ne aveva doppiamente diritto, in quanto figlio di Maria Salviati, nipote di Lorenzo il Magnifico, e di Giovanni dalle Bande nere, pronipote di Lorenzo di Cosimo. Nominato duca, ma sottoposto alla reggenza del Consiglio dei Quarantotto, composto dai più importanti personaggi della città, Cosimo, nonostante la giovane età, si rivelò presto insofferente della tutela. Lo scontro con le famiglie patrizie sfociò in una battaglia vera e propria nei pressi di Montemurlo. L’esercito di Cosimo sconfisse gli avversari che furono trascinati in città e trucidati, dopo raccapriccianti torture. Nonostante la crudeltà dell’esordio, Cosimo I si rivelò un grande uomo politico. A parte Giovanni dalle Bande nere che era un professionista della guerra, Cosimo è il primo Medici dotato anche di capacità militari, capace, per questa via, di ampliare notevolmente il ducato di Firenze. Del resto, non fu meno abile all’interno. Riorganizzò lo Stato dotandolo di un’amministrazione efficiente e legandolo in politica estera con fedeltà all’impero. Ebbe, inoltre, la fortuna di avere una moglie, Eleonora di Toledo, figlia di don Pedro, governatore spagnolo di Napoli, intelligente e devota. Nel 1555, con la conquista di Siena, riunificò sotto il proprio dominio gran parte della Toscana. Diede grande rilievo al porto di Livorno con accorti investimenti e avviò la bonifica della Maremma. Nel 1569 divenne granduca di Toscana con Bolla di Pio V, in seguito confermata dall’imperatore Massimiliano II d’Asburgo. Un ramo agnato dei Medici scende verso Napoli due anni prima dell’investitura granducale di Cosimo, i Medici discendenti da Giovenco e di Ottaviano, lasciarono Firenze per il Napoletano. Bernardetto de’ Medici, cugino primo di Cosimo e fratello del papa Leone XI, il terzo Medici, di nome Alessandro, salito, sia pure per brevissimo tempo al soglio pontificio, prelato di straordinario ingegno, si trasferì a Napoli, dove lo attendeva il titolo di “Principe di Ottajano e Duca di Sarno”. Quasi certamente il suo trasferimento era concordato con Cosimo per estendere il nome della famiglia, perché va ricordato che Cosimo aveva una moglie napoletana e che suo suocero aveva governato a lungo il Regno di Napoli come governatore spagnolo.

I successori di Cosimo: Francesco e Ferdinando

La successione di Cosimo, morto nel 1574, come sempre accade quando in una dinastia scompare una grande figura, fu assai difficile. Schiacciato dal confronto, il figlio primogenito Francesco I, riconfermato nel titolo granducale da Massimiliano II, non si gettò in altre imprese militari per estendere il granducato, ma coltivò, secondo la tradizione dei propri antenati, le arti per le quali creò agli Uffizi, il grande palazzo di uffici amministrativi progettato per conto di Cosimo I da Giorgio Vasari, una sede superba, il primo museo moderno, opera dell’architetto Buontalenti. Sposò la nobile veneziana Bianca Capello e la loro figlia, Maria, sposò l’ugonotto Enrico IV, di Navarra e di Francia. Non fu fortunata per gli ambigui personaggi che popolavano la corte parigina, soprattutto nel periodo, dopo la morte del marito, assassinato nel 1610, durante il quale tenne la reggenza per il figlio giovanissimo, che diverrà Luigi XIII. Morto Francesco I nel 1587 senza figli maschi (l’unico figlio Filippo era morto bambino), gli successe sul trono granducale il fratello Ferdinando. In questi ultimi decenni a cavallo del Seicento, nella famiglia Medici si afferma il talento ecclesiastico di Alessandro, figlio di Ottaviano, che abbiamo visto rifiutare la successione a un altro Alessandro, primo duca di Firenze. Dopo una vertiginosa carriera, Alessandro diviene nel 1605 il terzo papa mediceo con il nome di Leone XI, ma muore neanche un mese dopo l’ascesa al trono papale. Ferdinando I divenne granduca mentre si facevano sempre più palesi le mire di Filippo II , dispotico re di Spagna, sulla Toscana. Ferdinando governò per ventidue anni, venendo a patti con la Spagna, cui concesse cospicue somme di denaro e un buon numero di galere della marina di Santo Stefano. Bonificò grandi spazi paludosi sulla costa e potenziò il porto di Livorno seguendo il disegno strategico del padre. Con lui la marina medicea di Santo Stefano controllò efficacemente il mare Tirreno, consentendo lo sviluppo e la bonifica delle coste che cominciarono ad affollarsi. Ferdinando I muore il 15 febbraio 1609 e gli succede sul trono granducale il figlio Cosimo II.

  Cosimo II

Dalla madre, l’accorta e intelligente Cristina di Lorena, Cosimo secondo aveva ricevuto un’educazione raffinata e, nonostante non sia stato un cattivo governante del granducato, anche perché fu per tutta la vita tormentato dalla tubercolosi, che gli procurava lunghi periodi di malessere, i meriti per cui la storia lo ricorda sono piuttosto culturali. Fu lui a riportare sulla prestigiosa cattedra di Pisa Galileo Galilei, il primo grande scienziato italiano moderno. Fino alla morte, per oltre vent’anni, Galileo poté così continuare i suoi studi, dopo le difficoltà incontrate con la Chiesa per le sue scoperte. Questo garantì al granducato di Toscana il primato nella ricerca scientifica del tempo. Cosimo fece ristrutturare palazzo Pitti nella forma che oggi conosciamo.

 Ferdinando II

Quando Cosimo secondo muore, a soli trentun anni, il 28 febbraio 1621, data la giovane età del primogenito Ferdinando, la reggenza del granducato passa alle due donne della sua vita: la madre Cristina di Lorena e la moglie, Maria Maddalena d’Austria. Entrambe religiose fino ad apparire bigotta consumeranno in pochi anni gran parte delle fortune del granducato in beneficenza. Anche quando Ferdinando II ascende personalmente al trono granducale, l’influenza delle due donne finirà per appannarne l’immagine. Ma Ferdinando si trovò, oltre tutto, a gestire il granducato in un complicato periodo di guerre in Italia seguite alla morte dell’ultimo duca di Mantova. Solo l’arte e la cultura, secondo la tradizione medicea, continuarono a prosperare sotto Ferdinando II: Firenze era sempre più bella e invidiata. Forse troppo per non destare le voglie delle grandi monarchie europee

Cosimo III

Figlio di Ferdinando, Cosimo è un personaggio chiave della storia medicea e della vicenda storica che travolse gli ultimi granduchi regnanti della famiglia. Nato il 14 agosto 1642, crebbe felicemente in una corte rallegrata da molti parenti intelligenti e attivi. Ben presto, tuttavia, Cosimo comprese che la Toscana era troppo piccola e indifesa in un’Europa sulla quale spadroneggiavano le grandi monarchie: mai come in quel periodo l’Europa fu un pollaio con troppi e troppo potenti galli. Francia, Spagna, Austria, per non parlare dell’Inghilterra. Una sorta di cupa malinconia si impadronì del futuro granduca. Salito al trono nel 1670, come Cosimo III, sembrò dispiegare all’inizio una grande attività: viaggiò in Italia per conoscere la situazione degli Stati italiani, tutti piuttosto piccoli, e in Europa per vedere che cosa bollisse nella fumante pentola della politica internazionale. La sua vita, segnata da una religiosità esagerata e da un cattivo matrimonio, non fece che aggravare il suo senso di disperazione, alla quale reagiva con la forza dell’intuito politico e dell’intelligenza. Troppo poco a fronte degli eserciti degli altri. Tre anni prima della sua morte, nel 1720, con la pace dell’Aja, i grandi Stati europei, privarono la Toscana della propria autonomia, riconfermandola, contro ogni verità storica, feudo dell’Impero.

Gian Gastone I

La Toscana era dunque uno Stato ormai privo di potere, quando Cosimo III morì, nel 1723 e il trono granducale fu ereditato dal suo secondogenito Gian Gastone. La Cosimo III meriterebbe un romanzo, per quell’oscuro presagio infantile che via via si farà più concreto ed evidente. Dei suoi due figli, il primogenito Ferdinando era morto dieci anni prima per una grave malattia e Gian Gastone, che aveva ereditato la sfiducia del futuro che aveva tormentato suo padre, visse il proprio ruolo granducale interessandosi solo di se stesso e abbandonando l’inerme Toscana al proprio destino, secondo la volontà dei potenti stati nazionali europei . L’imperatore era infatti interessato alla Toscana per consegnarla agli Asburgo Lorena, suoi congiunti, ai quali era stato costretto a togliere la Lorena per darla alla Francia. Oggetto di ogni genere di denigrazione, come sempre accade all’ultimo di una dinastia che cambia (perché gli storici successivi hanno tutti i vantaggi a parlarne male per far contenti i propri padroni), Gian Gastone ha lasciato poco di sé come uomo di Stato. Nonostante molti rami della famiglia medicea fossero ben vivi, l’imperatore mise inoltre in movimento la grancassa dell’informazione del tempo per dire che i Medici si erano estinti. La storia dimostrerà che non era vero.

Anna Maria Luisa de’ Medici, Granduchessa di Toscana Titolare. (Firenze, 11 agosto 1667 – Firenze, 18 febbraio 1743)

Il sangue dei Medici anche in quelle difficili circostanze produsse tuttavia una personalità straordinaria, Anna Maria Luisa, sorella di Cosimo III. La Bolla di Pio V del 1569, data a Cosimo primo de’ Medici ed ai suoi successori diretti o agnati della famiglia Medici, prevede che la successione al titolo granducale avvenga secondo la cosiddetta “legge Salica”, cioè quella legge che consente alle famiglie regnanti o ex regnanti, come appunto sono i Medici, di consentire l’accesso o la pretesa al trono solo ai discendenti maschi . Anna Maria Luisa non avrebbe potuto, dunque, divenire granduchessa di Toscana, anche se Cosimo III aveva approvato una legge in questo senso, con il consenso del Senato fiorentino. Era stata sposa di uno degli uomini più potenti d’Europa, l’Elettore palatino, come si chiamavano nello Stato prussiano, la Germania di oggi, coloro che eleggevano l’imperatore. Con lui aveva vissuto una lunga e felice storia d’amore e di potere. Rimasta vedova era tornata a Firenze per assistere il fratello nel suo ruolo granducale. Il suo prestigio le consentiva di parlare da pari a pari con la corte imperiale, così costrinse gli Asburgo a firmare un “patto di famiglia” con il quale i Lorena si impegnavano a non portare fuori da Firenze il patrimonio mediceo donato da Anna Maria Luisa de’Medici ai futuri Granduchi di Toscana di tempo in tempo esistenti nei tempi futuri, a cominciare dal nuovo Granduca Francesco Stefano di Lorena, seppur egli fosse di Casato diverso  da quello Mediceo. Fece, insomma, dono ai futuri granduchi di Toscana pro –tempore esistenti, a prescindere dal loro casato di appartenenza, di tutte le opere d’arte che la sua famiglia in tanti secoli di dominio aveva raccolto e commissionato, palazzi compresi. A lei dobbiamo, perciò, se questa città è celebre nel mondo per le sue ricchezze d’arte e per questo in suo nome è stata istituita dall’Amministrazione Comunale di Firenze una festa importante e partecipatissima, con cortei in costume dell’epoca, il 18 febbraio di ogni anno.

Giuseppe Maria de’Medici di Ottajano, Gran Principe di Toscana (Napoli, 10 dicembre 1688- Livorno, 18 Febbraio 1743)

” Dopo la morte della Granduchessa titolare di Toscana, Anna Maria Luisa de’Medici, il titolo Granducale di Toscana concesso dal Papa Pio V sarebbe passato di diritto al Principe Giuseppe de’Medici di Toscana di Ottajano, lontano cugino della Granduchessa, nonché suo parente più prossimo della famiglia Medici.

Giuseppe Maria de’Medici era figlio di Ottaviano e di Maria Teresa de’ Mari, dei principi di Acquaviva, nacque a Ottaiano (oggi Ottaviano) il 10 dic. 1688.  La madre morì subito dopo la sua nascita e, per le continue assenze del padre, alto ufficiale dell’esercito borbonico impegnato su più fronti durante la guerra di successione spagnola (1701-14), il M. visse con il nonno Giuseppe, tra Napoli e il feudo di Ottaiano.  Nel 1707 il Regno di Napoli fu conquistato dalle armate imperiali e Carlo VI d’Asburgo ne divenne sovrano. Fu un duro colpo per quelle famiglie dell’aristocrazia napoletana che avevano sostenuto il candidato francese, Filippo d’Angiò, alla successione sul trono di Spagna, e tra questi i Medici di Ottaiano che erano stati tra i più fedeli fautori del partito franco-ispanico. Il M., tuttavia, con un contrastato cambio di rotta, si schierò a fianco degli Asburgo d’Austria, mettendosi a loro disposizione, mentre il padre continuava a combattere nelle fila dell’esercito borbonico, e quindi sul fronte opposto, morendo in battaglia ad Almenara nel luglio 1710.

Dietro la decisione del M. vi furono forti pressioni da parte del granduca di Toscana Cosimo III che, dopo aver sostenuto i Francesi, pur osservando un’apparente neutralità, si era avvicinato agli Austriaci nel tentativo di risolvere la spinosa questione che si stava delineando intorno alla successione nel Granducato di Toscana. Appariva, infatti, sempre più remota la possibilità che il figlio di Cosimo III, Gian Gastone, potesse avere una discendenza e, appellandosi alla bolla papale di Pio V del 27 ag. 1569 e al successivo diploma imperiale di Massimiliano II del 26 genn. 1576, Cosimo III rivendicava la possibilità che la corona granducale passasse al ramo più vicino per discendenza agnatizia, in caso di estinzione del ramo primogenito dei Medici. Tale possibilità non era, tuttavia, riconosciuta dall’imperatore Carlo VI che, in forza del diritto imperiale, riteneva di poter disporre del Granducato in caso di estinzione della linea successoria diretta dei Medici. Agli inizi del XVIII secolo il ramo agnato più vicino era rappresentato proprio dai principi di Ottaiano e Cosimo III, avvicinando il M. al partito austriaco, voleva accreditare il M. presso la corte imperiale, rendendolo gradito a Carlo VI.

Nel 1719 il M., divenuto frattanto principe di Ottaiano e duca di Sarno, a seguito della morte del padre e del nonno Giuseppe, si recò a Vienna al fine di difendere le sue pretese sul trono granducale, ma ottenne solo vaghe promesse, anche perché nel moltiplicarsi delle trattative e delle ipotesi di accordo Cosimo III, pur di mantenere l’autonomia della Toscana, aveva deciso di restituire Firenze a un regime repubblicano a patto che l’Austria rinunciasse al Granducato. Tuttavia, la corte viennese approfittò della disponibilità del M., che le dava la possibilità di acquisire al proprio servizio un esponente di prestigio della maggiore nobiltà napoletana, e nel 1720 gli conferì la nomina di primo generale dell’armata imperiale e di ministro plenipotenziario dell’imperatore per ricevere dagli Spagnoli il possesso della Sardegna e consegnarla ai Savoia.

Nel 1718 il M. si era intanto unito in matrimonio con Anna Caetani, dei duchi di Sermoneta, seguendo la tradizione familiare che aveva visto i Medici stringere legami con le più rappresentative famiglie del Regno di Napoli e dello Stato della Chiesa. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Diana, Francesco (morto in fasce), Michele, Francesca, Costanza. Diana e Francesca presero i voti e Costanza fece un ottimo matrimonio con E. Pignatelli, duca di Monteleone. A testimonianza degli stretti legami che univano i due rami della famiglia Medici, Michele, futuro principe di Ottaiano, ebbe come padrini Gian Gastone de’ Medici, che alla morte del padre (1723) era divenuto granduca di Toscana, e la sorella Anna Maria Luisa. Nel 1733 la situazione politica internazionale tornò a farsi critica e i problemi legati alla successione al trono di Polonia provocarono una nuova guerra europea. Il 28 marzo dell’anno successivo l’infante di Spagna, Carlo di Borbone, a capo di un consistente esercito si diresse alla volta del Regno di Napoli. Nello stesso anno il M. ricevette dall’imperatore l’incarico di vicario della provincia di Salerno e generale di battaglia, con lo specifico compito di difenderne il territorio dalle truppe nemiche. Tuttavia il Regno di Napoli venne conquistato da Carlo di Borbone. Intanto, nel 1735, segrete intese di pace tra la Francia e l’imperatore Carlo VI indicarono come probabile soluzione della guerra di successione polacca la cessione del Granducato di Toscana a Francesco Stefano di Lorena, genero di Carlo VI, per compensare la sua rinuncia alla Lorena, assegnata a Stanislao di Polonia.

Il 9 luglio 1737 Gian Gastone morì senza eredi e, sebbene Francesco Stefano di Lorenzo fosse stato investito del Granducato fin dal gennaio di quell’anno, il M. assunse per diritto pontificio il titolo di principe di Toscana e si recò a Firenze, dove rimase a lungo avanzando formalmente le sue pretese sul Granducato. Nello stesso tempo presentò una protesta al Consiglio di reggenza di Firenze per rivendicare i beni allodiali di Gian Gastone. Erano beni della famiglia, di cui una parte consistente era costituita da un fedecommesso di papa Clemente VII de’ Medici, con il vincolo che nella proprietà sarebbe subentrato, di volta in volta, il maschio agnato prossimo. Vi era anche un cospicuo lascito fatto da papa Leone XI quando era ancora, a Firenze, il cardinale Alessandro di Ottaviano de’ Medici, che aveva nominato erede universale Alessandro, figlio primogenito di Bernardetto, il primo Medici signore di Ottaiano, stabilendo la trasmissione ai primogeniti legittimi. L’atto di protesta fu respinto dal Consiglio di reggenza, così come l’invasione della Toscana da parte delle truppe imperiali rese del tutto velleitarie le rivendicazioni del M. sul Granducato. Ritiratosi a Napoli, il M. non tornò più a Firenze, ma continuò la sua battaglia legale per ottenere i beni allodiali della famiglia, mentre si indeboliva la sua presenza sulla scena politica del Regno di Napoli. Nel 1740 Carlo di Borbone lo nominò cavaliere del Real Ordine di S. Gennaro.

Il M. morì a Livorno in circostanze misteriose il 18 febbraio 1743.”

(Fonte: Enciclopedia Treccani)

La Casa Granducale Medicea di Toscana, oggi

La storica Casa Granducale Medicea di Toscana è tutt’ora insignita di diritto dei titoli di Granduca e Principe di Toscana per effetto della Bolla Pontificia tutt’ora valida, data il 27 agosto 1569 dal Papa Pio V° a Cosimo I° de’ Medici ed a tutti i suoi eredi maschi primogeniti da lui discendenti direttamente, oppure agnati collaterali in caso di estinzione del ramo primo insignito.

Capo di Nome e d’Arme della storica Casa è attualmente Sua Altezza Serenissima il Granduca  Ottaviano de’Medici di Toscana di Ottajano, discendente diretto del Gran Principe di Toscana Giuseppe de’Medici e legatario pro-tempore della primogenitura testamentaria di Sua Altezza Elettorale Anna Maria Luisa de’Medici, Gran Principessa di Toscana, erede designata al trono Granducale  con facoltà di nominare ella stessa il proprio successore. (Decreto granducale di Cosimo terzo Medici del 25 ottobre 1723).

Il Granduca Ottaviano governa le attività dello Stato Nazionale del Granduca di Toscana, uno Stato privo di territorio riconosciuto però come Stato Sovrano “de Jure” dal diritto internazionale. Il Granduca Ottaviano, avendo mantenuto intatto il potere spirituale della propria storica Casata, può  quindi emettere, sotto forma di encicliche o di raccomandazioni, delle leggi Granducali valide per tutti i circa 600 milioni di fedeli della Dinastia Medicea che costituiscono il “Popolo Granducale Mediceo”; questo Popolo è formato dai cittadini di tutte  Nazioni del Mondo che amano l’arte e che hanno visitato o visiteranno Firenze perché hanno stima, rispetto e ammirazione per la Dinastia Medicea e i suoi attuali rappresentanti.